Cenni Storici

Brevi cenni storici sull'origine ed evoluzione del Canto gregoriano - Definizione

Il canto gregoriano è il canto liturgico ufficiale della Chiesa Cattolica Romana. Nasce con le prime comunità cristiane e si diffonde in tutto il mondo evangelizzato fino al XIII secolo, ovvero fino alla nascita della polifonia. Costituisce un repertorio vasto, eterogeneo, per lo più anonimo, di circa 3000 melodie di epoche, forme, luoghi d'origine differenti. Per sua natura e per tradizione è canto monodico (a una sola voce) e alieno da qualsiasi accompagnamento di strumenti. Il canto gregoriano era generalmente (non esclusivamente) cantato dai monaci, quindi da voci maschili. Nulla però vieta che possa venire intonato da voci femminili, sole o unite a quelle maschili o da bambini. Un ruolo fondamentale nella organizzazione ed espansione del patrimonio liturgico occidentale fu svolto da S. Gregorio Magno (560 - 604), dal cui nome deriva quello di "canto gregoriano".

Origine ed evoluzione

La storia del gregoriano si può dividere in quattro periodi:

1) Dalle prime comunità cristiane al IX secolo. Nei primi secoli i cristiani, provenendo da regioni culturalmente differenti, concorsero a formare riti e canti con caratteristiche diverse, e la chiesa di Roma, essendo legata alle chiese orientali, soprattutto a quelle greche, ne adottò la lingua e probabilmente anche i canti. Quando, verso la fine del sec.IV, essa si diede un rito proprio in latino, poco alla volta plasmò pure con un proprio nuovo stile di canto, anche se con reminiscenze dei modelli giunti dall'Oriente. Perciò a Roma, lungo il sec. V, si andò formando un tipo di canto con forti influssi della musica greca ed ebraica. Musica greca - l'apporto musicale greco è essenzialmente di natura teorico - speculativa, riguarda cioè la musica come scienza appartenente a un piano rigorosamente distinto da quello pratico. Musica ebraica - Il canto della Sinagoga si articolò in due tipi fondamentali: la salmodia (intonazione dei salmi in cui una nota centrale viene ripetuta e brevi fioriture sottolineano la svolte sintattiche del versetto) e la cantillazione, un particolare modo di lettura della prosa biblica, intermedio fra la declamazione e il canto vero e proprio. La struttura del canto cristiano non presuppone, agli inizi, un sistema musicale formalizzato, ma ha le sue basi nelle consuetudini melodiche consacrate dalla tradizione orale, le quali regolano empiricamente l'aggregazione dei suoni attorno a una nota terminale (finalis). Ciascun tipo di aggregazione viene a costituire una sorta di scatola sonora di possibilità melodiche (modalità), circoscritta dalla tradizione. All'interno di queste possibilità si stabiliscono poi, nella pratica corrente, formule costanti, che costituiscono la base di un repertorio vocale continuamente ricomposto a memoria dal cantore con procedimenti di concatenazione, inserzione e ornamentazione.

2) Dal IX al XI secolo (unificazione dei canti e nascita della scrittura neumatica) Verso la metà del sec. VIII ebbe inizio l'opera sistematica di romanizzazione della liturgia nell'Impero Franco. Carlo Magno, per ragioni politiche ( per legittimare agli occhi della Chiesa l'Impero Franco), avviò un programma di espansione del canto gregoriano che portò alla lenta eliminazione di altri riti e altri canti. In questo secondo periodo, che giunge fino al sec. XI, diversi monasteri divennero centri famosi per la diffusione del gregoriano (San Gallo, Einsiedeln, Metz). Alla fine del sec. IX, con la nascita della scrittura musicale neumatica, le melodie, che fino ad allora erano state tramandate oralmente, poterono essere ricordate con maggiore precisione e mantenersi esenti da infiltrazioni estranee. Ma dal sec. XI il canto gregoriano non potè evitare di subire i condizionamenti recati dalla nascente polifonia, nella quale venne affermandosi l'uso di impiegare le melodie gregoriane per elaborazioni contrappuntistiche.

3) Dal 1500 alla prima metà del 1800 (la decadenza) Durante questo periodo si ebbe un fase di decadenza del canto gregoriano, con varie alterazioni e mutilazioni delle melodie originarie; ne fu esempio l'Editio medicea (1614-15) del Graduale, il libro contenente i canti della messa per tutto l'anno ecclesiastico. Una riedizione dell'Editio medicea fu effettuata tra il 1871 e l'81 ed è nota come Editio Ratisbonensis.

4) Seconda metà del 1800 (la rinascita) Finalmente, a metà del sec.XIX i monaci benedettini dell'abbazia di Solesmes avviarono un'opera di ripristino del canto gregoriano per riportarlo all'integrità originaria. Si studiarono i codici più antichi, promuovendo una più precisa interpretazione delle melodie, nonché una pratica esecutiva consona alla loro semplicità e purezza. Nel 1889 si cominciò a pubblicare una serie di volumi della "Paleografia musicale", riproducenti in copia fotostatica gli antichi codici (es. n°6); mentre a cura della Santa Sede, fu avviata nel 1905 la pubblicazione di un Edizione Vaticana delle melodie gregoriane scritte in note quadrate e senza segni d'interpretazione ritmica.

Dalla tradizione orale alla notazione neumatica Il canto cristiano dell'occidente si è sviluppato in un modo che non conosceva il segreto della notazione. Per secoli è continuato l'estenuante sforzo della memorizzazione (dieci anni non erano sufficienti ) e della trasmissione da un cantore all'altro, da una generazione all'altra. L'invenzione della notazione neumatica, avvenuta intorno alla metà del IX sec., ebbe lo scopo di favorire una migliore trasmissione del repertorio. Era un aiuto alla memoria dei cantori: il "notatore" cercò di fissare sulla pergamena il gesto chironomico (chironomia è il movimento della mano che descrive nello spazio l'andamento della melodia). La prima notazione neumatica, detta adiastematica (dal greco diastema, cioè intervallo, distanza) o in campo aperto, vede la semplice sovrapposizione alle sillabe del testo di segni più o meno distanziati per indicare approssimativamente il profilo della melodia, ma che non precisano l'altezza assoluta dei suoni. Maggiore chiarezza venne dall'adozione di una linea tracciata in rosso che indicava la posizione della nota Fa, cui seguì una seconda (generalmente gialla) per il Do, agevolando così l'identificazione dell'intervallo tra le varie note (notazione diastematica). La nascita del vero e proprio rigo musicale risale però solo al sec. XI, quando Guido d'Arezzo (992ca.-1050) propose l'adozione del tetragramma (rigo di quattro linee).